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CorrierEconomia - Lunedì 14 Giugno 2010 - Pagina 9


Fashion - Il gruppo nipponico Fast Retailing fattura 6,22 miliardi di euro

Moda - Jil Sander guida lo sbarco giapponese

La stilista è consulente del brand Uniqlo che punta su Milano «Abbiamo le carte in regola per battere H&M, Zara e Gap».

L'inaugurazione della megaboutique Uniqlo a Singapore, nell'aprile scorso, è stata per Tadashi Yanai l'occasione per lanciare la sua sfida alla moda veloce e accessibile che regna oggi sul mercato. Nei prossimi due anni il gruppo, che è leader del settore in Giappone, prevede di triplicare il numero dei negozi, portandoli dai 60 attuali a oltre 200 concentrati su Hong Kong, Cina, Corea del Sud tra department store e negozi di ampie dimensioni a Seul, e diversi altri Paesi del sudest asiatico. Concorrenti «Abbiamo tutte le carte in regola per competere con gli altri retailer come H&M, Zara e Gap», ha commentato il ceo e azionista di riferimento, con il 27 per cento, del colosso nipponico Fast Retailing, che comprende, oltre a Uniqlo i marchi Comptoir des Cotonniers , Princesse Tam Tam , maliziosa linea di lingerie, e Theory . Anche se è Uniqlo il marchio leader, che contribuisce per l'85% al fatturato generale di 685 miliardi di yen (6,22 miliardi di euro).

A sostenere l'espansione di questo brand , conferma Tadashi Yanai, è il successo dei flagship store globali di New York (aperto a Soho nel 2006), Londra (Oxford Street, autunno 2007) e Parigi, vicino all'Opéra nell'autunno scorso. E da tempo si dice che la prossima tappa sarà l'Italia, Milano, anche se da Londra la società non dà indicazioni precise sulla data. Ma quando sarà, diventerà una volta di più accesa la concorrenza tra fast fashion e lusso nelle grandi vie dello shopping e che, dall'avvento di Zara in Italia, ormai alcuni anni fa, ha letteralmente trasformato la moda. In un alternarsi di vetrine che confondono ogni segno apparente di status. Grande impatto. Da una formula ormai sperimentata, nasce l'affermazione di Uniqlo International che, pur rappresentando non più del 10% del business del marchio, ottiene però una ricaduta immensa per quanto riguarda l'importanza dell'immagine e la costruzione di un' opinione favorevole. Soprattutto da quando Fast Retailing ha firmato un accordo di consulenza con Jil Sander, la stilista tedesca teorica del minimalismo, tornata sulla scena dopo un ritiro di sette anni. L'esordio è stato come si usa molto in questo settore, una capsule collection per l'autunno inverno passato: una collezione esclusiva all'interno della collezione principale.

Dall'intervento specifico è nata poi una collaborazione più profonda, perché questa raffinata couturier «interverrà nella totalità del processo stilistico e creativo di tutte le linee uomo e donna della marca», precisa il gruppo. Che si avvale anche dell'intervento di quattro giovani stilisti newyorkesi: Steven Alan, Opening Ceremony, Gilded Age e Shipley&Halmos, i quali hanno disegnato diversi modelli della collezione attualmente in vendita. Scelte. La selezione operata da Jil Sander, la cui tendenza è «sviluppare pezzi unici dalla forma calibrata e senza ornamenti», aiuta questo marchio a perfezionare le sue scelte produttive, sia per i materiali sia per lo stile. Risultato, per il brand che si definisce con molto understatement «produttore di buon abbigliamento casual che chiunque può indossare»: un' ampia gamma di prodotti dalle rifiniture quasi perfette e dalle sofisticate, innumerevoli varianti colore.

Secondo Giovanna Brambilla, ceo di Value Search, che un po' per motivi professionali un po' per desiderio personale, ha esaminato a fondo lo store di Londra, «l'assortimento, ricchissimo, è il risultato di una miscela tra forme basiche, con il gusto delle piccole rifiniture, e l'abbondanza dei colori. Una sintesi che soddisfa tipi diversi di clientela, anche la più elitaria». E proprio questo mette in allarme un osservatore acuto di tendenze e scopritore di marchi inediti come Massimiliano Bizzi, l'inventore del salone milanese White. «Questa è concorrenza vera, perché sa giocare su piani differenti». Allora, che resta da fare agli italiani? «Spingere sulle emozioni, insistere sulla artigianalità. Raccontare le nostre storie. Di vita e di stile». RIPRODUZIONE RISERVATA

Giusi Ferrè