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CorrierEconomia - Lunedì 14 Febbraio 2011 - Pagina 12


trend - DOPO GLI USA E IL GIAPPONE LA GUIDA TOCCA AI CAPITALI FRESCHI DEI PAESI EMERGENTI

Moda - Lo stilista di grido? Verrà dal grande Oriente

Paco Rabanne arruola l’indiano Manish Arora per rilanciare l’immagine e il baricentro dell’industria e delle idee si sposta sempre di più verso Est

Per riportare allo splendore un marchio storico come Paco Rabanne, che con la sua moda sperimentale scandalizzò il mondo, la Puig Beauty – che possiede il marchio – ha arruolato Manish Arora, il più famoso stilista indiano. Una scelta sorprendente, anche perché il womenswear era congelato dal 2006. Dopo l’addio del fondatore si erano alternati prima Rosemary Rodriguez, poi Patrick Robinson con risultati deludenti, mentre le fragranze continuavano a essere tra le più vendute di questo importante gruppo spagnolo. Anche per questo il grande Paco Rabanne si è convinto che, a 45 anni dal suo esordio, sia ancora possibile tentare nuove esperienze. E Arora, capace di lavorare metalli e materiali inediti, viene ritenuto un degno erede, “anche per la sua attenzione all'artigianalità, dovuta alla tradizione produttiva indiana”.

Radici

La scorsa settimana, insomma, il mondo della moda, le cui radici sono profondamente europee, è stato scosso da due notizie che tendono a spostarne il baricentro. Il 7 febbraio è stata annunciata anche la vendita della Gianfranco Ferrè al Paris Group di Dubai, guidato da Abdulkder Sankari, che ha già la proprietà per il Medio Oriente di Pierre Cardin e di Pierre Balmain, e che è interessato a fare altri acquisti importanti in Francia. Se la proprietà diventa araba, la produzione resta però Italiana, concentrata tra la bolognese ITC e Ittierre di Isernia. “Perché il made in Italy è fondamentale per il lusso”, ha dichiarato al CorrierEconomia della scorsa settimana Ahmed Sankari, vicepresidente del gruppo del quali guida lo sviluppo in Europa. A queste decisioni imprenditoriali, altri segnali sparsi si erano aggiunti negli ultimi tempi come la decisione di dopo la trionfale sfilata a Pechini in cui il 40 degli abiti è stato pensato (e sarà prodotto e venduto) in Cina, di quotarsi alla borsa di Hong Kong. Mentre da qualche mese è presente la griffe Shang Xia, la linea speciale di Hermès, disegnata e realizzata in Cina per il mercato interno. Tutto il fashion, dunque, si sta inesorabilmente spostando verso quel Medio ed Estremo Oriente che sono diventati i principali mercati. Quale influenza avrà sulla creatività, su quella cultura del vestire che è comportamento acquisito? Quirino Conti, stilista e scenografo che ha collaborato con i più grandi nomi del settore, osserva che sempre la moda è in funzione del denaro. “Basta guardare alla storia del 900. Prima fu l’America a esercitare un’attrazione irresistibile, con i suoi milionari, le ereditiere, una classe in cerca dei valori sicuri della bellezza europea. A Chanel negli anni Venti fu perfino offerta una cifra iperbolica perché si trasferisse a Hollywood, a disegnare abiti per le dive”, dice Conti. Finché, sfilata dopo sfilata, gli americani hanno pensato di lanciare una moda americana. Poi c’è stata l’attrazione fatale per il Giappone. Negli anni Ottanta lì era il mercato e qui i manager del Sol Levante cercavano di comperare tutto. Un progetto interrotto per la stagnazione dell’economia giapponese. Adesso tocca agli Stati del Golfo, a India e Cina che rappresentano un fenomeno diverso, perché la loro matrice culturale si esprime con linguaggi sconosciuti.

Ricerche

Difficile capirsi? “Ci vorranno decenni, finché arriveremo allo stile Gandara. Alessandro Magno arrivò in India, portò i suoi Dei e il risultato fu che il Budda sorridente, nella posizione del loto, per 300 anni fu vestito con drappeggi alla Fidia. È questa la capacità sincretica dell’Oriente”, aggiunge Conti. Giovanna Brambilla, che con la sua società Value Search, sta cercando sempre più spesso manager e creativi per la Cina, è convinta che la contaminazione culturale dovuta a Internet, faciliterà questo processo di osmosi. “Oggi le sfilate si vedono in streaming, direttamente. Le idee circolano, le immagini non hanno frontiere. Certo, mantenere la propria identità non sarà semplice né automatico, richiederà volontà e mezzi imponenti”. “Sempre più la differenza sarà tra i brand che conservano il proprio Dna e tra chi si limita a sfruttare il momento – commenta Conti – perché è necessario spiegare i propri codici, valorizzarli, far comprendere il concetto di lusso sul quale si basano”. Come esempio, cita la Dior Academy, aperta con corsi e durate che variano secondo chi lì frequenta, confluendo su Parigi per almeno due giorni di lezioni, otto ore al giorno, per imparare la storia, le tradizioni, le tecniche di Dior. Il successo è stato tale che l’Academy si sposta anche a Shanghai. “Si tratta di impegni molto costosi – commenta Giovanna Brambilla – ma che aiutano a piantare solide radici. Altrimenti non resta che la seconda alternativa: rastrellare sui mercati tutto quello che si può”. Ma questa strategia ha vita breve. RIPRODUZIONE RISERVATA

Giusi Ferrè