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Corriere della Sera - CorrierEconomia - Lunedì 2 Gugno 2008


Fil di Ferrè

Asse tra i designer sulla rotta Milano-Parigi

a cura di Giusi Ferré

Italia e Francia si scambiano creativi e manager. I casi Givenchy, Kenzo, McCartney e Roberta di Camerino

Concorrenti e alleati sempre attenti alle reciproche performance e sempre in gara, italiani e francesi stanno realizzando, nei fatti, un nuovo sistema della moda che metabolizza con originalità caratteristiche opposte. Se il Bel Paese, e soprattutto il settore fashion, è cresciuto e si è sviluppato grazie alle imprese familiari, Parigi ha ritrovato smalto e autorevolezza attraverso la strategia dei grandi gruppi del lusso, che hanno radicalmente mutato il panorama diventando poli d’attrazione di talent e personalità che si tratti di Lvmh, il colosso di Bernard Arnault alla cui finanziaria personale fa capo anche Dior, o di Ppr, la variegata creatura di Francois Pinault, alla quale appartiene Gucci Group.

E se ormai è cosa nota che Givenchy parla italiano, con Riccardo Tisci direttore creativo e Marco Godetti amministratore delegato, come Kenzo con Antonio Marras stilista e Alberto Lavia amministratore delegato (marchi di Lvmh), meno conosciuto è Marco Bizzarri amministratore delegato di Stella McCartney, che sta costruendo il successo di questo brand di nicchia. O di Gabriella Scarpa, la donna forte di Dior sul mercato italiano, una vera autorità chiamato infatti a rilanciare la storica Roberta di Camerino, oggi proprietà del gruppo romano Miss Sixty.

Business che si intrecciano, scambi gestionali, metodi operativi che rispondono a esigenze e rigori diversi: sono esperienze che cambiano la figura del manager e probabilmente anche quella del creatore, che acquista uno spessore e una competenza più profondi. Per Giovanna Brambilla, amministratore delegato di Value Search, stiamo assistendo a un fenomeno che per dimensioni e ampiezza è strutturale. “Lo scambio Italia-Francia su management, stile e sviluppo produttivo è costante. Naturalmente, Parigi è più attraente per tutto quello che può offrire dal punto di vista culturale e artistico, mentre Milano è più debole. Mi ispira meno, fornisce meno stimoli, mi sento spesso spiegare durante i miei contatti di lavoro: per un creativo è utile avere intorno un ambiente curioso ed eccitante”.

Ad attirare sono l’importanza dei marchi francesi e la fama mondiale, alla quale però non è detto che corrisponda un’adeguata capacità realizzativi, a parte quella straordinaria dell’haute couture, con i suoi laboratori delle meraviglie. “Ma quando si esce dall’atelier non c’è più capacità realizzativi sul campo – osserva Giovanna Brambilla – e questo spiega il ricorso alle manifatture italiane, che producono in forze per i marchi d’oltralpe. Certo, questo allunga i tempi: mentre se sei qui, nelle nostre fabbriche integrate, e chiedi un campione, puoi anche averlo in due giorni, che si tratti di abiti o accessori”.

Se L’Italia offre agilità, duttilità e savoir faire, la Francia dei grandi gruppi presenta un ambiente più strutturato, organizzato, dove non si procede soltanto per intuizioni, ma per ricerche, valutazione dei costi, riunioni dove viene analizzato mensilmente lo stato delle cose. Con quella razionalità che non sempre si ritrova nelle aziende familiari italiane, capaci di cogliere le opportunità, ma procedendo in modo disorganico. “Trasferire questa formazione generosa e intuitiva in quella delle maison parigine, completa alla perfezione il portfolio di un dirigente e di un creativo, al quale vengono date opportunità eccezionali”.

La seconda generazione degli stilisti italiani è emersa grazie ai francesi: da Frida Pianini, superdesigner di Gucci, a Stefano Pilati per Saint Laurent. Senza Givenchy, Riccardo Tisci starebbe ancora cercando un finanziatore lungimirante per la sua linea. Per non parlare di Antonio Marras, il poeta dell’abito, che riesce persino a convogliare ad Alghero, dove abita, tutto il gruppo di Kenzo per incontri periodici di lavoro.