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Corriere della Sera - CorrierEconomia - Lunedì 1 Dicembre 2003


Sotto il gessato niente

di Maria Silvia Sacchi

Manager belli da vedere ma poco preparati. Se non, addirittura, scorretti. E le aziende finiscono nei guai.

L’argomento non è tanto facile da affrontare. E, infatti, anche se più di un imprenditore della moda ne parla in colloqui privati proponendolo come un nodo fondamentale per il settore, poi fa fatica a esplicitare gli stessi concetti pubblicamente. Il tema è quello dei manager “che fanno male alle aziende”. Nel senso di manager magari preparatissimi e bravissimi che, però, hanno comportamenti scorretti. Oppure, e questo è il caso più frequente, di manager che “appaiono” preparatissimi e bravissimi ma, invece, non lo sono affatto.
“La verità - dice un imprenditore - è che ci vorrebbe una lista di proscrizione. Ho visto persone uscire dal nostro gruppo per loro colpa grave e rientrare in altri con posizioni di maggior prestigio. Purtroppo, tra di noi non parliamo e i consulenti non sempre sono d’aiuto”.
Il tema è sensibile. Soprattutto in tempi in cui le aziende, dopo tre anni consecutivi di crisi, si ritrovano ad affrontare situazioni singole anche molto difficili. In questi ultimi mesi, poi, un gran via vai di manager di prima e primissima linea ha ulteriormente contribuito ad accendere la discussione. Così, nella ricerca delle colpe, o semplicemente nella ricerca delle migliori strade possibili, anche i dirigenti vengono messi sotto osservazione con maggiore attenzione di un tempo.
Per la moda si tratta di un argomento relativamente nuovo. Le aziende, in particolar modo quelle italiane, sono ancora in molti casi padronali nel senso più classico del termine e spesso hanno come riferimento di punta lo stilista - fondatore. E’ stato solo negli ultimi dieci - quindici anni che, con il crescere delle dimensioni e la conseguente necessità di strutturarsi, le società (ma non tutte) hanno iniziato a “dotarsi di dirigenti” e a delegare loro responsabilità. Ancora oggi, però, le persone scarseggiano e spesso sono sempre le stesse che passano da un marchio all’altro. Anche quelle notoriamente inadatte al nuovo ruolo.
Di chi le colpe? Dell’imprenditore che, essendo attento soprattutto agli aspetti emozionali, come dicono alcuni cacciatori di teste, “si innamora del candidato ed è come quel marito che, reso cieco dall’amore, non vede il tradimento della moglie che si consuma davanti ai suoi occhi”? Dei consulenti che, come ribattono le aziende, “prima alimentano i bisogni e poi offrono le soluzioni, né più né meno della pubblicità? “In fondo i manager non sono altro che il prodotto che deve essere venduto”. O, ancora, dei manager che, come si dice sempre nelle aziende, sono stati abituati troppo bene, anzi talmente bene che ancora oggi, e anche in aziende che certo non navigano in buone acque, continuano a voler girare in limousine e a spendere e spandere per se stessi giustificando questo atteggiamento con le “necessità dell’immagine del marchio”?
Probabile che tutti questi elementi concorrano. Di certo, le aziende parlano poco tra di loro e in troppi casi reagiscono emotivamente, complice anche la componente omosessuale che è forte in questo mondo ed è considerata difficile da gestire. Tutti coloro che lavorano nella moda hanno i mente almeno qualche caso di “innamoramento” finito male. Candidati preferiti ad altri per l’aspetto estetico, per la simpatia, la capacità di comunicare e di sapersi vendere, per il piacere di strapparli al diretto concorrente, per far parlare di sé… E per questo ricoperti d’oro. Salvo poi scoprire, dopo pochi mesi, che “dietro” c’erano poche competenze. Troppo tardi.
“Ho perfettamente in mente quelle tre - quattro persone brave ma che non consiglio mai perché non hanno comportamenti trasparenti”, dice Claudio Ceper, partner di una delle più note società mondiali di cacciatori di teste, la Egon Zehnder. Ceper ricorda anche alcuni casi che gli sono capitati: “Ricordo - dice - di aver conosciuto un signore molto competente ma che viveva di percentuali e che in tempi relativamente recenti ho ritrovato in un’importante azienda del settore. In un altro caso, nel corso di una selezione di manager di primissimo livello, al momento di presentare i candidati chi ci aveva commissionato la ricerca, ci chiese se conoscevamo una certa persona. Abbiamo risposto che sì, la conoscevamo, e ci fu chiesto perché non l’avevamo selezionata. Esponemmo il motivo ma la risposta dell’imprenditore fu che non gli importava nulla di quella motivazione, “se è bravo - disse -, pazienza”.
Ma è possibile creare una “centrale dei rischi”, come vorrebbe qualche imprenditore? Difficile.
C’è la legge sulla privacy, innanzitutto, ma c’è anche la difficoltà di valutare oggettivamente le situazioni, come ricorda Ceper. Può capitare, per esempio, che un imprenditore dia una valutazione negativa di un manager bravo per impedire che passi a un concorrente, oppure, possono giocare rancori personali. “Ci sono certamente casi di manager che ripetutamente non hanno dato risultati positivi - aggiunge Giovanna Brambilla, partner di Value Search - ma bisogna essere in grado di capire il perché questo è accaduto. Un risultato dipende da molti fattori, dagli obiettivi che erano stati dati, per esempio, oppure dal tipo di governance dell’azienda”.
Tema complesso e con molte sfaccettature. Al quale la questione etica, di tutti gli attori in campo, non è ovviamente estranea. “Posso parlare solo per la nostra società - dice Ceper - e per Egon Zehnder l’aspetto morale è essenziale. Tanto che abbiamo rinunciato a presentare candidati anche validi e richiesti dalle aziende sui quali però avevamo dubbi per il comportamento etico. Ma c’è un altro profilo da non dimenticare: il rapporto con il candidato. Quante sono le aziende che hanno problemi e nonostante questo assumono persone che dopo pochi mesi vengono buttati sul mercato? L’etica va considerata sotto tutti i punti di vista”.