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Corriere della Sera - Venerdì 7 Dicembre 2007 - Pagina 45


Non solo inglese. Salgono le quotazioni di cinese e tedesco. Bene anche spagnolo, francese e russo.

Il vantaggio di una terza lingua

Sempre più gettonati i candidati che parlano due idiomi stranieri.

I manager con un inglese fluente? Ancora pochi. Ma le società puntano anche su altre lingue. E lo stipendio sale.

L’inglese è un requisito molto importante nel curriculum di un manager, ma può non bastare: la conoscenza di una seconda lingua straniera (europea o non) è decisamente gradita dal mercato. Perché lo chiedono le aziende e perché sono ancora pochi i manager o gli aspiranti tali a districarsi bene tra un idioma e l’altro. Per troppi dirigenti, professional, specialisti (e aggiungiamo pure laureati) italiani le lingue straniere sono delle emerite sconosciute, concordano esperti e cacciatori di teste. Ma rimangono da chiarire due questioni fondamentali. Una: a quanto ammonta precisamente “l’offerta” dei candidati. Per capirlo abbiamo fatto alcune indagini tra professionisti della selezione del personale e della formazione. Ed ecco i risultati.

L’inglese langue al colloquio – Partiamo dall’inglese. Il 90% delle ricerche gestite da Page Personnel (gruppo Michael Page) ne prevedono la conoscenza medio-alta: ottima in sei casi su 10, buona nei restanti. E l’offerta? Langue. “Non abbiamo sufficienti candidati per soddisfare le esigenze del mercato” commenta Francesca Contardi, managing director della società. “Soprattutto per l’inglese fluente non si supera il 30% della richiesta, mentre sul buono arriviamo al 45% - 50%”.

Le varianti tra i due livelli sono numerose. La più classica? Grammatica (quasi) perfetta, ma con accento marcatamente all’italiana. Non a caso per David Gibbon, il responsabile degli esami Ipec alla Camera di Commercio Britannica, la pronuncia è il tallone d’Achille dei manager nostrani.

C’è, certamente, di peggio. “La maggior parte dei candidati a domanda in inglese risponde in italiano”, racconta Francesca Contardi. Non ci sono dubbi: Totò e il suo “Noio… volevam… volevàn savoir… l’indiriss…ja” è attualità nel business.

“In alcune parti dello Stivale va, però, meglio che in altre: in Lombardia e Piemonte la conoscenza dell’inglese sta diffondendosi sempre più, mentre è sicuramente più problematico nel Triveneto e al Sud” puntualizza Renato De Mattei, vicepresidente di Mercuri Urval. “In realtà la carenza che noi riscontriamo riguarda, soprattutto, i neolaureati: sull’enorme popolazione che intervistiamo solo il 10% ha un inglese di alto livello” aggiunge Raimondo Cozzolino, responsabile selezione personale in IBM, azienda che sul fluent English (soprattutto nel caso delle “risorse junior”) non transige.

Ma sotto accusa non sono solo gli atenei. “Dopo la riforma, nella facoltà di Economia e commercio lo spazio delle lingue si è andato contraendo, anche se ci sono eccezioni” polemizza Giovanni Lamartino, direttore del Dipartimento di scienze del linguaggio e letterature straniere comparate all’Università degli Studi di Milano, che, però, si toglie anche due sassolini (extraateneo) dalla scarpa. “Certamente, se i ragazzi uscissero dalla scuola superiore con una preparazione di base più solida, potremmo dare loro una formazione linguistica professionalizzante. Ma quasi un terzo delle matricole che esaminiamo non raggiunge neanche un livello minimale d’inglese" - inizia -. "E, per dirla tutta, ho anche l’impressione che, malgrado quanto si dica, la tendenza del mercato del lavoro sia di accontentarsi: abbiamo manager con un inglese pazzesco, dovremmo vergognarci”.

Il tedesco gonfia lo stipendio – Di certo, se il “manager anglofobo” rimane una rarità, quello che conosce una seconda lingua straniera è quasi introvabile. Eppure i poliglotti sono sempre più ambiti. Basti pensare che su cento executive selezionati da Value Search nell’ultimo anno, a ben 18 era richiesta la conoscenza del cinese e a 15 quella del tedesco (ma tra le lingue che hanno mercato ci sono pure spagnolo, russo e francese). Qui “l’osso più duro", ovviamente, è il cinese. “Gran parte della domanda rimane inevasa, infatti spesso bisogna scendere a compromessi” conferma Giovanna Brambilla, amministratore delegato di Value Search. Al secondo posto, il tedesco. Tra l’altro se uno scorrevole business English può non influire sulla busta paga, un buon Deutsch si. Francesca Contardi lo assicura: “A pari ruolo, la conoscenza del tedesco può far salire il salario di quasi il 20%”.

Iolanda Barera