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Corriere della Sera - Venerdì 22 Settembre 2006


Lavorare a Shanghai? Meglio che a Londra

Sempre più gettonati dalle aziende i manager con un’esperienza in Asia

MILANO - Per alcune aziende valgono anche il doppio, ma solo in pochi si danno da fare per aggiungerli al proprio curriculum. Sono gli anni di lavoro all’estero. L’estero “vero” s’intende, quindi Paesi lontani e promettenti come Cina e India, e non le classiche e più semplici mete da Londra a New York. E’ un’opinione che sta facendosi strada tra “cacciatori di teste” e aziende in cerca di nuovi manager. E che Giovanna Brambilla, partner della società di selezione del personale Value Search, spiega così: “Un periodo di lavoro a Shanghai o Nuova Delhi può valere due volte tanto un’esperienza in Gran Bretagna o negli Stati Uniti, perché i mercati di Cina e India sono più dinamici, più strategici e meno conosciuti”. Soprattutto per chi sceglie una carriera industriale.

UN ESPERIENZA PIU’ FORMATIVA – Il risultato è semplice: chi ha lavorato qualche anno in Asia è in grado di dare un valore aggiunto all’azienda rispetto a chi non ha mai oltrepassato i confini dell’Occidente. Lo dicono molti “cacciatori di teste” e lo ripete chi lavora direttamente nelle aziende. Come Giuseppe Castelli, vicepresidente esecutivo per le risorse umane di Perfetti Van Melle, l’azienda di chewing-gum e caramelle con diversi stabilimenti in Asia. “Un’esperienza a Shanghai o Mumbai è più formativa, perché ci si trova ad affrontare maggiori difficoltà che in Occidente, dove i mercati e le imprese sono più definiti e strutturati”. Purtroppo, però, “non è facile trovare italiani disposti a lavorare nei due Paesi asiatici”. E spesso succede che chi accetta la sfida torna indietro in anticipo, dopo solo 6-8 mesi: un pericolo che si corre quando l’avventura in Asia, aggiunge Castelli, “è solo il frutto dell’ambizione, senza essere affiancata dal desiderio di vivere in quei Paesi e di conoscerne cultura e usanze”.

NEL CURRICULUM

Un periodo di lavoro in Cina o India può valere due volte tanto un’esperienza in Gran Bretagna


IL VANTAGGIO

Per le aziende chi ha conosciuto sul posto i mercati asiatici ha valore aggiunto rispetto a chi è rimasto in Occidente

LE OPPORTUNITA’ – Chi invece non getta la spugna troppo presto e impara a conoscere bene i mercati locali, al ritorno in Italia difficilmente rischia di trovarsi a corto di offerte di lavoro. Magari per un posto negli uffici italiani di aziende con interessi in Asia. Lo conferma Raffaella Longhi, partner dell’“executive search” di Kpmg: “Sul mercato italiano sono richieste figure dirigenziali con un’esperienza in Cina o in India per coprire le posizioni di direttore commerciale o di business development manager”.
L’attenzione è sul lato delle vendite, quindi, per “le enormi opportunità di mercato di sbocco, per esempio, dell’India”. In altre parole, quindi, chi conosce bene l’Asia è una potenzialità non solo per le aziende che lì producono, ma anche per quelle che in quel continente vogliono vendere. Che non sono di certo poche.
Intanto, in mancanza di “esperti di Asia” tra gli italiani, alcune aziende reclutano personale di livello direttamente sul posto. Alla Perfetti, dice Castelli, “puntiamo anche molto sul personale locale: ci sono giovani manager di qualità molto elevata”. E tra questi c’è anche chi arriva poi a fare strada negli uffici centrali in Occidente. Come l’indiana Indra Nooyi, nuovo “chief executive officer” di PepsiCo o la turca Neriman Ulsever, appena nominata direttore per le risorse umane di Indesit. La stessa Ulsever non ha dubbi: “L’economia globale richiede un management con esperienza internazionale, in grado di capire le differenze dei singoli Paesi e armonizzarle”.

I RISCHI – Non tutto, però, può filare “liscio” per chi torna o arriva dai Paesi in forte crescita dell’Asia. Dopo essersi abituati alla rapidità e all’innovazione dei mercati asiatici c’è il rischio, come sottolinea Giovanna Brambilla, di “considerare troppo scarse le prospettive e le opportunità offerte dall’Italia”. Una tesi confermata anche da chi in Cina c’è ancora. E non necessariamente lavora in un’impresa industriale. Come Luca Cavallari, un giovane ex Deloitte che si è trasferito a Pechino per fornire servizi di consulenza alle aziende occidentali che lavorano in Cina. Per Cavallari “le opportunità professionali che offre il Dragone sono molto alte”, a fronte di “possibilità di carriera” spesso “non esistenti in Italia”.
C’è poi chi invita a fare qualche distinzione. Come Claudio Ceper, partner dei “cacciatori di teste” di Egon Zehnder, che per l’Asia suggerisce di puntare “più sull’India che sulla Cina”. Per ragioni professionali (“il gap tecnologico a favore della prima”) e non (“la democrazia”).

Giovanni Stringa