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CorrierEconomia - Lunedì 28 Ottobre 2013


MERCATI CINESI, COREANI E ANCHE ITALIANI HANNO COMPRATO MARCHI. CON ESITI QUALCHE VOLTA POCO FELICI

Acquisizioni - Da Ittierre a Miss Sixty, quando lo shopping non è fortunato

Soldi e catena distributiva insufficienti per vincere. Boselli: perde chi sposta produzioni. Marenzi (Smi): «Resistere al richiamo dei soldi e andare di più in Borsa»

Non è facile fare acquisizioni nella moda e nel lusso. Non è da tutti. Non basta avere la catena distributiva. E nemmeno comprare un marchio. A maggior ragione se si opera in un settore che non è il lusso estremo, ma nel segmento medio. «Bisogna stare attenti - dice Stefania Saviolo, docente di Strategia e imprenditorialità alla Sda Bocconi ed esperta di aziende della moda. Attento chi compra, ma anche chi vende». Anche se l'azienda è in crisi e ha bisogno di azionisti nuovi.

I nomi

Mentre gli occhi sono puntati sugli acquisti francesi in Italia, e sull'aumento dell'occupazione che hanno prodotto, nella moda si stanno consumando alcune grandi crisi che inducono a una riflessione più generale perché non sono solo provocate dal mercato.È il caso di Ittierre, la «Fiat del Molise» come fu soprannominata al tempo del suo fondatore, Tonino Perna, per l'importanza centrale che ha nella regione: rilevata dall'amministrazione controllata da Antonio Bianchi, proprietario di Albisetti, il mese scorso ha chiesto l'ammissione al concordato preventivo anche nella nuova versione. Così ora c'è un commissario e Bianchi ha tempo fino al 26 novembre per presentare il piano di rientro dagli 88,7 milioni di euro di debiti. E pensare che era una vera e propria «macchina da guerra» delle licenze, Ittierre, entrata in crisi la prima volta per l'eccessivo indebitamento della sua controllante, It holding, che si era trasformata in un polo del lusso (vedere box su Ferré). È il caso di Miss Sixty, fino a pochissimi anni fa molto più che una promessa della moda italiana, arrivata a sfiorare i 600 milioni di euro e a un passo dalla Borsa (era il 2007), per poi precipitare nella crisi. Ceduto nel 2011 il capitale al gruppo cinese Trendy international, il 15 ottobre scorso il Tribunale di Chieti ne ha omologato il concordato preventivo. Ma anche le difficoltà di Mandarina Duck, ex gruppo Burani e oggi di proprietà coreana, che nelle scorse settimane ha raggiunto un accordo sindacale che prevede di mantenere le attività a Cadriano, nel bolognese, da dove sembrava dovessero spostarsi. E Tacchini, il marchio dello sport che tra i primi ha avuto un proprietario cinese, Billy Ngok, e sempre alla ricerca di un riposizionamento. Si potrebbero fare altri esempi. C'è il filo conduttore che li lega?

Discrimine

«Il discrimine - dice Mario Boselli, presidente di una Camera della moda che si è rinnovata per porsi come perno del rilancio del settore - è tra chi mantiene intatta la produzione in Italia e tra chi invece fa il contrario, snaturando i cromosomi originali di un brand, spostando le produzioni. La realtà è che i migliori difensori del made in Italy sono stati i francesi, piuttosto che certi italiani». E ricorda altri casi di crisi con capitali italiani, dall'Hdp alla Finpart, fino a Burani. «Questo-dice Giovanna Brambilla, amministratrice delegata di Value Search - è un settore che ha attratto anche una serie di player che sono o dei distributori o dei finanziari che intravedono opportunità di business, magari per il fatto che tutti gli studi indicano la moda tra i settori a maggior crescita. Ma è un business estremamente complesso e che richiede importanti investimenti anche post acquisizione. Ha bisogno, poi, di tempo per rientrare dagli investimenti, di consistenza nelle decisioni e di management: chi non si è avvalso di management adeguato ha fatto flop». Il tema tocca soprattutto il segmento cosiddetto «bridge» o lusso accessibile. «Eppure - dice Giuliano Noci, professore ordinario di marketing al Politecnico di Milano e grande conoscitore della Cina - il potenziale c'è anche per queste aziende che sono "in mezzo". Nei prossimi decenni la sfida sarà proprio sulla classe media, svariate centinaia di milioni di consumatori. Ma bisogna saper costruirsi una marca e avere una struttura in grado di sostenere la domanda». Claudio Marenzi, il proprietario di Herno e presidente di Smi, la Confindustria delle aziende della moda, già tempo fa diceva che dovremmo imparare dai francesi. E oggi dice che «non bisogna generalizzare, perché a fronte di aziende con gravi problemi ce ne sono molte altre che stanno facendo ottimi risultati». I francesi, però, grazie alle forti risorse di cui dispongono, «stanno facendo shopping delle nostre migliori aziende». Ed è alle aziende in salute che Marenzi si rivolge: «Noi italiani dovremmo resistere di più al richiamo dei soldi ed, eventualmente, utilizzare maggiormente la Borsa come strumento di capitalizzazione».

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Maria Silvia Sacchi